Quando diventare madre significa lasciare indietro pezzi di sé. E poi piano piano, ritrovarli.

La storia vera di una donna che, tra allattamento, solitudine, stanchezza e una vita completamente cambiata, ha imparato a prendersi cura di sé senza smettere di essere madre.

La chiamerò Elena. Non è il suo vero nome, ma la sua storia è reale.

Quando ha iniziato il percorso con me, sua figlia aveva poco più di tre mesi. Era nel pieno dell’allattamento e stava attraversando quella fase in cui tutto, all’improvviso, ruota intorno a un’altra persona.

Le giornate non avevano più una vera organizzazione. I pasti dipendevano dagli orari della bambina, il sonno era frammentato e anche le cose più semplici, come bere abbastanza o prepararsi un pranzo completo, finivano spesso in fondo alla lista. Non è che Elena che non fosse in grado, è che è proprio così che accade quando si diventa madri.

Durante la gravidanza il suo corpo era cambiato molto. Ma il motivo per cui aveva deciso di chiedere aiuto non riguardava soltanto il peso.

Elena voleva sapere come nutrirsi in modo adeguato durante l’allattamento, fase in cui il corpo sperimenta una sensazione di fame molto complicata da gestire, voleva trovare uno spazio per sè senza avere la sensazione di sottrarre tempo a sua figlia.

Credo questa sia una delle esperienze più difficili da spiegare a chi non l’ha vissuta.

Diventare madre può essere meraviglioso e, nello stesso tempo, profondamente disorientante. Non perchè una donna ami meno la propria nuova vita, ma perchè quella vita cambia così velocemente da non lasciarle sempre il tempo di capire che cosa sia rimasto di lei e che cosa, invece, sia stato lasciato indietro.

Non accade tutto in un giorno.
Accade lentamente.

Si rimanda l’acquisto di un vestito. Si smette di dedicare tempo a ciò che prima faceva stare bene. Si mangia quando capita. Si pensa che riposare possa aspettare. Si mette sempre qualcosa davanti.

Non è una scelta consapevole.

E’ il modo in cui, molto spesso, le madri imparano a sopravvivere ai primi mesi.

Ed è proprio da lì che siamo partite: non da un elenco di divieti, ma dalla necessità di costruire qualcosa che potesse entrare davvero nella sua vita.

Abbiamo lavorato sull’organizzazione quotidiana dei pasti, cercando soluzioni semplici, complete e sazianti, compatibili con giornate che continuavano a essere imprevedibili. Non c’era bisogno di aggiungere altra fatica alla fatica. Non servivano ricette perfette, preparazioni elaborate o regole difficili da rispettare. Serviva una guida nutrizionale concreta, capace di aiutarla a capire come comporre un pasto, che cosa tenere in casa, come organizzare la spesa e come evitare di arrivare a sera completamente svuotata.

L’obiettivo non era mangiare il meno possibile, ma mangiare abbastanza e meglio. Costruire un equilibrio alimentare con un apporto adeguato a sostenere l’allattamento, la stanchezza fisica, le giornate spezzate e tutte le energie richieste dalla bambina. Abbiamo lavorato sulla qualità di ciò che portava in tavola, sulla varietà, sulla presenza regolare di fonti di carboidrati, proteine, grassi e verdure, sull’idratazione e sulla possibilità di preparare pasti che fossero allo stesso tempo nutrienti, pratici e soddisfacenti.

Poco alla volta, il cibo ha smesso di essere un’altra cosa da gestire con preoccupazione ed è diventato uno strumento per recuperare energia, sentirsi più stabile durante la giornata e tornare ad avere un minimo di controllo in una fase della vita in cui tutto sembrava dipendere da qualcun altro.

Accanto al percorso nutrizionale, Elena ha iniziato ad allenarsi con il personal trainer Matteo Campobasso. Anche qui il punto non era consumare calorie o “rimediare” ai cambiamenti della gravidanza.
Il movimento è entrato nella sua vita come uno spazio di ricostruzione. Le ha permesso di recuperare forza, tono, resistenza e sicurezza, ma soprattutto di tornare a percepire il corpo non soltanto come qualcosa da osservare o giudicare, bensì come una parte di sé capace di sostenerla.

In questi mesi nutrizione e allenamento hanno proceduto insieme. Non come due strumenti di correzione, ma come due modi diversi di prendersi cura della stessa persona.

I risultati fisici sono arrivati e sono stati importanti. In circa cinque mesi Elena ha perso oltre dieci chili, ha ridotto in maniera significativa la massa grassa e ha visto diminuire in modo evidente le circonferenze di vita, addome, fianchi e gambe e soprattutto ha migliorato la sua massa magra.

Il suo corpo si è trasformato, ed è giusto riconoscerlo. Ha ricominciato a indossare alcuni vestiti precedenti alla gravidanza e a ritrovare nello specchio un’immagine più vicina a quella in cui riusciva a riconoscersi.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui.

Perché la femminilità che Elena ha recuperato non coincide con una taglia, con un numero sulla bilancia o con il fatto di rientrare nuovamente in un paio di jeans.

È qualcosa di più ampio. È il sentirsi nuovamente presente nella propria vita. Il desiderio di sistemarsi, di scegliere un vestito perché le piace, di guardarsi con meno severità, di percepirsi ancora bella senza che questa bellezza dipenda soltanto dall’immagine riflessa nello specchio.

La sensazione di bellezza che ha ritrovato è anche interna. Nasce dal sentirsi più forte, più capace, più energica. Dal sapere che, nonostante l’allattamento, le notti difficili, la stanchezza e gli imprevisti, è riuscita a costruire qualcosa per sé senza togliere nulla a sua figlia.

Non è tornata a essere la donna di prima, perché dopo una maternità non si torna semplicemente indietro. È diventata una donna diversa, con una vita diversa, un corpo che ha attraversato una gravidanza e una consapevolezza nuova.

Quello che ha fatto è stato smettere, poco alla volta, di lasciarsi sempre per ultima. Non si è messa davanti alla bambina. Ha semplicemente iniziato a includere anche sé stessa nella cura.

Mentre scrivevo questo articolo mi sono accorta di una cosa.
Avrei potuto riempirlo di numeri.
Dirvi quanti chili ha perso Elena, quanti centimetri ha ridotto, quanto è migliorata la sua composizione corporea.

Avrei potuto raccontarvi ogni singolo dato, perché quei dati esistono e sono importanti. Li abbiamo misurati, monitorati e rappresentano il risultato concreto di un percorso costruito con attenzione.

Eppure, volutamente, ho scelto di lasciarli sullo sfondo.
Perché, se questo fosse stato un articolo sui numeri, avrei rischiato di portarvi esattamente dove non volevo.
Sul corpo.

Io, invece, volevo portarvi dentro la vita di Elena.
Perché il vero cambiamento non è stato perdere oltre dieci chili.

Il vero cambiamento è stato imparare che prendersi cura di sé non significa togliere qualcosa a chi si ama.


Significa avere più energie da dedicargli.
Ha ritrovato uno spazio per sé.
Ha imparato a nutrirsi senza paura, a organizzare le sue giornate con maggiore serenità, a muoversi perché quel movimento la faceva sentire più forte, non perché dovesse cancellare qualcosa.

E credo che sia proprio questo il messaggio che vorrei arrivasse a ogni donna che leggerà queste righe.


L’alimentazione non è una punizione.
L’attività fisica non è una penitenza.


Non esistono per farci espiare ciò che abbiamo mangiato o per inseguire un ideale estetico.
Esistono perché il nostro corpo ha bisogno di essere nutrito, allenato e rispettato.

Sono strumenti di salute.
Sono strumenti di libertà.

Sono strumenti che ci permettono di attraversare la vita con più energia, più forza e maggiore consapevolezza.
E questo vale ancora di più quando si diventa madri.

Questa è la vera storia di Elena.
Ed è per questo che sono così orgogliosa del suo percorso.


Dott.ssa Martina Parisella
Biologo Nutrizionista

“Il cibo è cura, relazione e ascolto”

Fondi (LT)
Via Piave 16
Piazza del Cardinale 26

La storia vera di una donna che, tra allattamento, solitudine, stanchezza e una vita completamente cambiata, ha imparato a prendersi cura di sé senza smettere di essere madre.

La chiamerò Elena. Non è il suo vero nome, ma la sua storia è reale.

Quando ha iniziato il percorso con me, sua figlia aveva poco più di tre mesi. Era nel pieno dell’allattamento e stava attraversando quella fase in cui tutto, all’improvviso, ruota intorno a un’altra persona.

Le giornate non avevano più una vera organizzazione. I pasti dipendevano dagli orari della bambina, il sonno era frammentato e anche le cose più semplici, come bere abbastanza o prepararsi un pranzo completo, finivano spesso in fondo alla lista. Non è che Elena che non fosse in grado, è che è proprio così che accade quando si diventa madri.

Durante la gravidanza il suo corpo era cambiato molto. Ma il motivo per cui aveva deciso di chiedere aiuto non riguardava soltanto il peso.

Elena voleva sapere come nutrirsi in modo adeguato durante l’allattamento, fase in cui il corpo sperimenta una sensazione di fame molto complicata da gestire, voleva trovare uno spazio per sè senza avere la sensazione di sottrarre tempo a sua figlia.

Credo questa sia una delle esperienze più difficili da spiegare a chi non l’ha vissuta.

Diventare madre può essere meraviglioso e, nello stesso tempo, profondamente disorientante. Non perchè una donna ami meno la propria nuova vita, ma perchè quella vita cambia così velocemente da non lasciarle sempre il tempo di capire che cosa sia rimasto di lei e che cosa, invece, sia stato lasciato indietro.

Non accade tutto in un giorno.
Accade lentamente.

Si rimanda l’acquisto di un vestito. Si smette di dedicare tempo a ciò che prima faceva stare bene. Si mangia quando capita. Si pensa che riposare possa aspettare. Si mette sempre qualcosa davanti.

Non è una scelta consapevole.

E’ il modo in cui, molto spesso, le madri imparano a sopravvivere ai primi mesi.

Ed è proprio da lì che siamo partite: non da un elenco di divieti, ma dalla necessità di costruire qualcosa che potesse entrare davvero nella sua vita.

Abbiamo lavorato sull’organizzazione quotidiana dei pasti, cercando soluzioni semplici, complete e sazianti, compatibili con giornate che continuavano a essere imprevedibili. Non c’era bisogno di aggiungere altra fatica alla fatica. Non servivano ricette perfette, preparazioni elaborate o regole difficili da rispettare. Serviva una guida nutrizionale concreta, capace di aiutarla a capire come comporre un pasto, che cosa tenere in casa, come organizzare la spesa e come evitare di arrivare a sera completamente svuotata.

L’obiettivo non era mangiare il meno possibile, ma mangiare abbastanza e meglio. Costruire un equilibrio alimentare con un apporto adeguato a sostenere l’allattamento, la stanchezza fisica, le giornate spezzate e tutte le energie richieste dalla bambina. Abbiamo lavorato sulla qualità di ciò che portava in tavola, sulla varietà, sulla presenza regolare di fonti di carboidrati, proteine, grassi e verdure, sull’idratazione e sulla possibilità di preparare pasti che fossero allo stesso tempo nutrienti, pratici e soddisfacenti.

Poco alla volta, il cibo ha smesso di essere un’altra cosa da gestire con preoccupazione ed è diventato uno strumento per recuperare energia, sentirsi più stabile durante la giornata e tornare ad avere un minimo di controllo in una fase della vita in cui tutto sembrava dipendere da qualcun altro.

Accanto al percorso nutrizionale, Elena ha iniziato ad allenarsi con il personal trainer Matteo Campobasso. Anche qui il punto non era consumare calorie o “rimediare” ai cambiamenti della gravidanza.
Il movimento è entrato nella sua vita come uno spazio di ricostruzione. Le ha permesso di recuperare forza, tono, resistenza e sicurezza, ma soprattutto di tornare a percepire il corpo non soltanto come qualcosa da osservare o giudicare, bensì come una parte di sé capace di sostenerla.

In questi mesi nutrizione e allenamento hanno proceduto insieme. Non come due strumenti di correzione, ma come due modi diversi di prendersi cura della stessa persona.

I risultati fisici sono arrivati e sono stati importanti. In circa cinque mesi Elena ha perso oltre dieci chili, ha ridotto in maniera significativa la massa grassa e ha visto diminuire in modo evidente le circonferenze di vita, addome, fianchi e gambe e soprattutto ha migliorato la sua massa magra.

Il suo corpo si è trasformato, ed è giusto riconoscerlo. Ha ricominciato a indossare alcuni vestiti precedenti alla gravidanza e a ritrovare nello specchio un’immagine più vicina a quella in cui riusciva a riconoscersi.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui.

Perché la femminilità che Elena ha recuperato non coincide con una taglia, con un numero sulla bilancia o con il fatto di rientrare nuovamente in un paio di jeans.

È qualcosa di più ampio. È il sentirsi nuovamente presente nella propria vita. Il desiderio di sistemarsi, di scegliere un vestito perché le piace, di guardarsi con meno severità, di percepirsi ancora bella senza che questa bellezza dipenda soltanto dall’immagine riflessa nello specchio.

La sensazione di bellezza che ha ritrovato è anche interna. Nasce dal sentirsi più forte, più capace, più energica. Dal sapere che, nonostante l’allattamento, le notti difficili, la stanchezza e gli imprevisti, è riuscita a costruire qualcosa per sé senza togliere nulla a sua figlia.

Non è tornata a essere la donna di prima, perché dopo una maternità non si torna semplicemente indietro. È diventata una donna diversa, con una vita diversa, un corpo che ha attraversato una gravidanza e una consapevolezza nuova.

Quello che ha fatto è stato smettere, poco alla volta, di lasciarsi sempre per ultima. Non si è messa davanti alla bambina. Ha semplicemente iniziato a includere anche sé stessa nella cura.

Mentre scrivevo questo articolo mi sono accorta di una cosa.
Avrei potuto riempirlo di numeri.
Dirvi quanti chili ha perso Elena, quanti centimetri ha ridotto, quanto è migliorata la sua composizione corporea.

Avrei potuto raccontarvi ogni singolo dato, perché quei dati esistono e sono importanti. Li abbiamo misurati, monitorati e rappresentano il risultato concreto di un percorso costruito con attenzione.

Eppure, volutamente, ho scelto di lasciarli sullo sfondo.
Perché, se questo fosse stato un articolo sui numeri, avrei rischiato di portarvi esattamente dove non volevo.
Sul corpo.

Io, invece, volevo portarvi dentro la vita di Elena.
Perché il vero cambiamento non è stato perdere oltre dieci chili.

Il vero cambiamento è stato imparare che prendersi cura di sé non significa togliere qualcosa a chi si ama.


Significa avere più energie da dedicargli.
Ha ritrovato uno spazio per sé.
Ha imparato a nutrirsi senza paura, a organizzare le sue giornate con maggiore serenità, a muoversi perché quel movimento la faceva sentire più forte, non perché dovesse cancellare qualcosa.

E credo che sia proprio questo il messaggio che vorrei arrivasse a ogni donna che leggerà queste righe.


L’alimentazione non è una punizione.
L’attività fisica non è una penitenza.


Non esistono per farci espiare ciò che abbiamo mangiato o per inseguire un ideale estetico.
Esistono perché il nostro corpo ha bisogno di essere nutrito, allenato e rispettato.

Sono strumenti di salute.
Sono strumenti di libertà.

Sono strumenti che ci permettono di attraversare la vita con più energia, più forza e maggiore consapevolezza.
E questo vale ancora di più quando si diventa madri.

Questa è la vera storia di Elena.
Ed è per questo che sono così orgogliosa del suo percorso.