Una paziente, uno yogurt congelato e una piccola lezione di libertà alimentare.
Qualche giorno fa una paziente mi manda una ricetta trovata si Instagram.
Gli ingredienti sono quelli ormai immancabili nei dessert “senza sensi di colpa”:
- 200g di ricotta proteica o yogurt greco
- un misurino di proteine in polvere
- una manciata di gocce di cioccolato
- 40g di fondente per la copertura.
Il risultato promette di essere un gelato fit e proteico.
Io in quel momento stavo lavorando e non riesco a rispondere subito.
Lei nell’attesa, fa tutto da sola.
prova a stimare le calorie della ricetta con AI e scopre che dividendo il composto in due stecchi, ogni porzione si aggira più o meno sulle 245 calorie.
A quel punto si pone una domanda molto semplice:
“Ma quante calorie ha il gelato che preferisco davvero?”
Cerca il magnum Almond e nel formato che sta consultando trova un valore molto simile.
E mi scrive:
“Conviene mangiare il magnum, che è un gelato che sa di gelato, e non uno yogurt congelato”
Sinceramente, la paziente aveva già concluso la seduta senza di me.
La vera conquista non riguarda le calorie
Io non imposto il mio lavoro sul conteggio calorico quotidiano.
non voglio che le persone debbano trasformare ogni piatto in un’equazione, che debbano compensare la cena con il pranzo o stabilire il proprio valore in base a quanti numeri sono riuscite a non superare.
Ma non contare ossessivamente non significa non conoscere.
Esiste una grande differenza tra controllare continuamente ciò che si mangia e possedere una cultura alimentare sufficiente per riconoscere un messaggio fuorviante.
Questa paziente non ha iniziato a pesare ogni boccone.
Ha semplicemente controllato una promessa.
Ed è proprio questo il passaggio di cui sono orgogliosa.
ha visto la parola “fit”, ma non l’ha scambiata automaticamente per “leggero”, “migliore” o “innocuo”.
“Proteico” non significa “ipocalorico”
Il gelato casalingo e il Magnum non sono due alimenti identici.
Possono avere quantità diverse di proteine, grassi, zuccheri e una diversa capacità saziante.
Il punto non è stabilire quale dei due sia il vincitore.
Il punto è che la parola “proteico” descrive la presenza o la proporzione di proteine, non garantisce affatto che un prodotto abbia poche calorie. Anche nella normativa europea, “ad alto contenuto di proteine” e “a basso contenuto energetico” sono due indicazioni differenti, con criteri completamente separati.
Il misurino di proteine, insomma, non è acqua santa.
Eppure sui social basta aggiungere yogurt greco, proteine in polvere e cioccolato fondente perchè un dolce riceva immediatamente l’aureola del cibo virtuoso.
E’ quello che viene definito effetto alone salutistico: una caratteristica percepita come positiva condiziona il giudizio sull’intero alimento. In uno studio recente, la presenza di un richiamo alle proteine sulla confezione di cereali portava molte persone a considerarli più sani, anche quando la versione proteica aveva più calorie, zuccheri e sodio rispetto all’originale (Front-of-Package Protein Labels on Cereal Create Health Halos https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38672812/) .
Il problema non è pubblicare una ricetta proteica.
Il problema nasce quando una ricetta viene presentata come educazione nutrizionale, senza possedere gli strumenti per farla.
Un corpo magro non è una bibliografia.
Molti follower non sono una qualifica.
Il cervello comincia a mangiare prima della bocca
C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma fondamentale.
Quando desideriamo un alimento che conosciamo bene, il cervello ne anticipa già l’esperienza: il sapore, il profumo, la cremosità, il rumore della copertura che si rompe.
L’attesa di un gusto piacevole coinvolge aree cerebrali legate alla ricompensa e alla valutazione del piacere. Il cervello, in pratica, comincia a prepararsi prima ancora del primo morso. (Neural responses during anticipation of a primary taste reward https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11879657/?utm_source=chatgpt.com)
Ora immaginiamo di vere voglia di un Magnum.
Non desideriamo genericamente qualcosa di freddo e marrone su uno stecco. Desideriamo proprio quella consistenza, quel gusto e quell’esperienza.
Se scegliamo uno yogurt congelato perchè ci sembra più autorizzato, ma al primo morso troviamo qualcosa di più ghiacciato, acidulo e lontano da ciò che avevamo immaginato, potremmo sentirci meno soddisfatti.
Questo significa che l’esperienza reale può non corrispondere a quella che il cervello aveva anticipato.
E quando non troviamo la soddisfazione che cercavamo, può rimanere la voglia di continuare a mangiare.
magari prendiamo anche il secondo stecco, perchè il primo non ci ha gratificati e perchè, in fondo, ci è stato detto che è “fit”.
Fit uguale leggero.
Fit uguale permesso.
Fit uguale “posso mangiarne quanto voglio”
Ma nessuna di queste equivalenze è vera.
Il problema non è lo yogurt congelato
Hai davvero voglia di uno yogurt greco, proteine e cioccolato fondente?
Preparalo e mangialo con piacere.
Il problema nasce quando scegli quella ricetta che il cervello non si accorga della differenza, spesso dimentichiamo che il cibo non è soltanto una somma di calorie e nutrienti.
E’ anche gusto, memoria, aspettativa e soddisfazione.
La paziente, questa volta, lo ha capito da sola.
Ha smesso di chiedersi quale fosse il gelato più “bravo” e si è domandata quale volesse davvero.
E questo vale molto più di qualsiasi calcolo.
Hai voglia dello yogurt congelato? Mangialo.
Hai voglia del Magnum? mangia il Magnum.
E’ un gelato.
Non un fallimento morale
