Quando una pizza è diventata uno sgarro?

Le parole che utilizziamo per parlare di cibo sembrano innocue. Eppure, a forza di ripeterle, finiscono per plasmare il modo in cui pensiamo, mangiamo e ci relazioniamo con il cibo.

Qualche giorno fa stavo parlando con una persona che mi ha detto:
“Questo weekend ho sgarrato”
Le ho chiesto quindi cosa avesse fatto.
Mi aspettavo qualcosa di clamoroso, invece aveva semplicemente mangiato una pizza con gli amici e un gelato dopo cena.

Mi sono fermata un secondo a riflettere.
Ma da quando una pizza è diventata uno sgarro?
Quando un gelato è diventato una trasgressione?
Quando abbiamo iniziato a considerare cibi non semplicemente cibi ma errori?

Le parole hanno peso.

Parliamo per luoghi comuni.
Usiamo parole improprie.
Ripetiamo espressioni che sentiamo da anni senza fermarci davvero a riflettere sul loro significato.
Eppure le parole hanno un peso enorme.
Pensiamo a quante volte ci sentiamo autorizzati a dire a un bambino che ha un po’ di pancia:

“Attento che ti metto a dieta”

Magari sorridendo.
magari scherzando.
Magari senza alcuna cattiva intenzione.
Ma se ci fermassimo un attimo a pensarci, che cosa stiamo davvero comunicando?
Che la dieta è una punizione.
Che il suo corpo è un problema.
Che mangiare è qualcosa che deve essere controllato.
E tutto questo lo facciamo davanti a un bambino.
Poi cresciamo.
E continuiamo a usare parole che sembrano innocue.
Usciamo con gli amici per mangiare una pizza, o almeno così dovrebbe essere e invece diciamo:
“Stasera si sgarra”

Se una pizza è uno sgarro, allora non è più una pizza.
E’ diventata un errore.

Le parole non descrivono soltanto la realtà ma la costruiscono.

Dietro ogni parola si nasconde una visione delle cose.
Le parole che utilizziamo non servono soltanto a comunicare con gli altri; servono anche a raccontare a noi stessi come funziona il mondo e a forza di ripetere una certa narrazione finiamo per crederci.
Se per anni definiamo una pizza uno sgarro, un gelato una trasgressione e una dieta una punizione, non stiamo semplicemente descrivendo degli alimenti.

Stiamo costruendo una visione del cibo fatta di regole, colpe, premi e castighi.
Stiamo insegnando al nostro cervello che alcuni alimenti sono giusti e altri sbagliati.
Che alcuni cibi meritano approvazione e altri meritano senso di colpa.

A forza di ripeterlo, quella visione diventa la nostra normalità.
Il problema è che ciò che consideriamo normale non sempre è ciò che ci fa stare bene.

I cibi sono diventati buoni o cattivi

Nel linguaggio comune una pizza, un gelato o delle patatine fritte non sono più semplicemente alimenti, non so più solo CIBO!
Sono diventati un’eccezione.
Un premio alle volte.
Uno sgarro altre.
Eppure nessuno dice:
“Ho sgarrato mangiando delle zucchine”
“Ho perso il controllo e ho preparato un’insalata”
“Sono caduto in tentazione davanti a un piatto di ceci”.

Lo sgarro esiste solo quando il cibo è calorico.
E forse questo dovrebbe farci riflettere.
Perchè il piacere è stato lentamente trasformato in qualcosa di sospetto.
Qualcosa da meritare.
Qualcosa di cui sentirsi in colpa.

Non classifichiamo i cibi, classifichiamo le idee che abbiamo sui cibi.

C’è un altro aspetto curioso.
Molto spesso definiamo un alimento come “permesso” oppure “sgarro” senza conoscere minimamente le sue caratteristiche nutrizionali.
Ci fidiamo dell’etichetta.
Non dei dati.
Facciamo un esempio: lo conosci l’avocado?

Negli ultimi anni è diventato uno dei simboli dell’alimentazione sana.
Lo troviamo nei toast, nelle insalate, nelle bowl, nelle ricette fit e nei menù dei locali più alla moda.

E ATTENZIONE: non c’è nulla di sbagliato nell’avocado.
E’ un alimento interessante, ricco di grassi insaturi, fibre e micronutrienti.
Ma è anche un alimento ad eleva densità energetica, si si hai capito bene ha un sacco di calorie!

Eppure viene spesso consumato con estrema serenità perchè appartiene mentalmente alla categoria dei cibi “giusti”.

Poi magari la stessa persona guarda con sospetto un pezzo di pizza rossa.

O si sente in colpa per una focaccia condivisa con gli amici.
O definisce “sgarro” una margherita mangiata il sabato sera.

Ma allora stiamo valutando veramente il cibo?
O stiamo semplicemente reagendo all’etichetta che gli abbiamo assegnato?
Una cultura alimentare sana dovrebbe insegnarci a conoscere gli alimenti, non a temerli.
A comprenderli non a classificarli.
A scegliere con consapevolezza, non sulla base di una lista immaginaria di cibi promossi e bocciati.

Tutto questo ci aiuta davvero?

Se c’è qualcosa che ho imparato nel mio lavoro è che ciò che faccio, penso o ripeto dovrebbe essermi funzionale.
Dovrebbe aiutarmi.
Dovrebbe rendere più semplice il rapporto con il mio corpo e con il cibo.
E allora mi chiedo:
Mi aiuta davvero pensare che una pizza sia un errore?
Mi aiuta credere che un gelato sia una colpa?
Mi aiuta classificare i cibi in giusti e sbagliati?
Mi aiuta sentire il bisogno di compensare, recuperare o punirmi dopo aver mangiato qualcosa che mi piace?

Personalmente credo di no.

Perchè quando trasformiamo il cibo in un esame, inevitabilmente iniziamo a sentirci promossi o bocciati.

E nessuno dovrebbe sentirsi bocciato per una pizza.

Quello che insegniamo ai più piccoli

Forse l’aspetto che mi preoccupa di più è che questa mentalità non rimane confinata agli adulti.
La trasmettiamo.
Ai figli
Ai nipoti
Ai bambini che ci osservano
A forza di sentire parlare di sgarri, diete, compensazioni e sensi di colpa. rischiano di imparare molto presto che alcuni cibi sono sbagliati.
Che il loro corpo va corretto.
Che mangiare richiede controllo.
Che il piacere va meritato.
E questa è una lezione che spesso resta molto più a lungo di quanto immaginiamo.

Forse dovremmo ricominciare a chiamare le cose con il loro nome

Una pizza è una pizza
Un gelato è un gelato
Delle patatine fritte sono delle patatine fritte.

Non sono peccati.
Non sono fallimenti.
Non sono errori.
Sono alimenti.

Alimenti più o meno nutrienti.
Alcuni più legati al piacere e alla convivialità.
Ma tutti fanno parte della vita reale.

Forse dovremmo iniziare da qui.
Dal linguaggio.
Perchè cambiare le parole non risolve tutto ma può essere il primo passo per cambiare il modo in cui pensiamo.

E il modo in cui pensiamo finisce inevitabilmente per influenzare il modo in cui mangiamo.

Il cibo non è un esame.
E una pizza non è uno sgarro.
E’ semplicemente una pizza.


Dott.ssa Martina Parisella
Biologo Nutrizionista

“Il cibo è cura, relazione e ascolto”

Fondi (LT)
Via Piave 16
Piazza del Cardinale 26

Le parole che utilizziamo per parlare di cibo sembrano innocue. Eppure, a forza di ripeterle, finiscono per plasmare il modo in cui pensiamo, mangiamo e ci relazioniamo con il cibo.

Qualche giorno fa stavo parlando con una persona che mi ha detto:
“Questo weekend ho sgarrato”
Le ho chiesto quindi cosa avesse fatto.
Mi aspettavo qualcosa di clamoroso, invece aveva semplicemente mangiato una pizza con gli amici e un gelato dopo cena.

Mi sono fermata un secondo a riflettere.
Ma da quando una pizza è diventata uno sgarro?
Quando un gelato è diventato una trasgressione?
Quando abbiamo iniziato a considerare cibi non semplicemente cibi ma errori?

Le parole hanno peso.

Parliamo per luoghi comuni.
Usiamo parole improprie.
Ripetiamo espressioni che sentiamo da anni senza fermarci davvero a riflettere sul loro significato.
Eppure le parole hanno un peso enorme.
Pensiamo a quante volte ci sentiamo autorizzati a dire a un bambino che ha un po’ di pancia:

“Attento che ti metto a dieta”

Magari sorridendo.
magari scherzando.
Magari senza alcuna cattiva intenzione.
Ma se ci fermassimo un attimo a pensarci, che cosa stiamo davvero comunicando?
Che la dieta è una punizione.
Che il suo corpo è un problema.
Che mangiare è qualcosa che deve essere controllato.
E tutto questo lo facciamo davanti a un bambino.
Poi cresciamo.
E continuiamo a usare parole che sembrano innocue.
Usciamo con gli amici per mangiare una pizza, o almeno così dovrebbe essere e invece diciamo:
“Stasera si sgarra”

Se una pizza è uno sgarro, allora non è più una pizza.
E’ diventata un errore.

Le parole non descrivono soltanto la realtà ma la costruiscono.

Dietro ogni parola si nasconde una visione delle cose.
Le parole che utilizziamo non servono soltanto a comunicare con gli altri; servono anche a raccontare a noi stessi come funziona il mondo e a forza di ripetere una certa narrazione finiamo per crederci.
Se per anni definiamo una pizza uno sgarro, un gelato una trasgressione e una dieta una punizione, non stiamo semplicemente descrivendo degli alimenti.

Stiamo costruendo una visione del cibo fatta di regole, colpe, premi e castighi.
Stiamo insegnando al nostro cervello che alcuni alimenti sono giusti e altri sbagliati.
Che alcuni cibi meritano approvazione e altri meritano senso di colpa.

A forza di ripeterlo, quella visione diventa la nostra normalità.
Il problema è che ciò che consideriamo normale non sempre è ciò che ci fa stare bene.

I cibi sono diventati buoni o cattivi

Nel linguaggio comune una pizza, un gelato o delle patatine fritte non sono più semplicemente alimenti, non so più solo CIBO!
Sono diventati un’eccezione.
Un premio alle volte.
Uno sgarro altre.
Eppure nessuno dice:
“Ho sgarrato mangiando delle zucchine”
“Ho perso il controllo e ho preparato un’insalata”
“Sono caduto in tentazione davanti a un piatto di ceci”.

Lo sgarro esiste solo quando il cibo è calorico.
E forse questo dovrebbe farci riflettere.
Perchè il piacere è stato lentamente trasformato in qualcosa di sospetto.
Qualcosa da meritare.
Qualcosa di cui sentirsi in colpa.

Non classifichiamo i cibi, classifichiamo le idee che abbiamo sui cibi.

C’è un altro aspetto curioso.
Molto spesso definiamo un alimento come “permesso” oppure “sgarro” senza conoscere minimamente le sue caratteristiche nutrizionali.
Ci fidiamo dell’etichetta.
Non dei dati.
Facciamo un esempio: lo conosci l’avocado?

Negli ultimi anni è diventato uno dei simboli dell’alimentazione sana.
Lo troviamo nei toast, nelle insalate, nelle bowl, nelle ricette fit e nei menù dei locali più alla moda.

E ATTENZIONE: non c’è nulla di sbagliato nell’avocado.
E’ un alimento interessante, ricco di grassi insaturi, fibre e micronutrienti.
Ma è anche un alimento ad eleva densità energetica, si si hai capito bene ha un sacco di calorie!

Eppure viene spesso consumato con estrema serenità perchè appartiene mentalmente alla categoria dei cibi “giusti”.

Poi magari la stessa persona guarda con sospetto un pezzo di pizza rossa.

O si sente in colpa per una focaccia condivisa con gli amici.
O definisce “sgarro” una margherita mangiata il sabato sera.

Ma allora stiamo valutando veramente il cibo?
O stiamo semplicemente reagendo all’etichetta che gli abbiamo assegnato?
Una cultura alimentare sana dovrebbe insegnarci a conoscere gli alimenti, non a temerli.
A comprenderli non a classificarli.
A scegliere con consapevolezza, non sulla base di una lista immaginaria di cibi promossi e bocciati.

Tutto questo ci aiuta davvero?

Se c’è qualcosa che ho imparato nel mio lavoro è che ciò che faccio, penso o ripeto dovrebbe essermi funzionale.
Dovrebbe aiutarmi.
Dovrebbe rendere più semplice il rapporto con il mio corpo e con il cibo.
E allora mi chiedo:
Mi aiuta davvero pensare che una pizza sia un errore?
Mi aiuta credere che un gelato sia una colpa?
Mi aiuta classificare i cibi in giusti e sbagliati?
Mi aiuta sentire il bisogno di compensare, recuperare o punirmi dopo aver mangiato qualcosa che mi piace?

Personalmente credo di no.

Perchè quando trasformiamo il cibo in un esame, inevitabilmente iniziamo a sentirci promossi o bocciati.

E nessuno dovrebbe sentirsi bocciato per una pizza.

Quello che insegniamo ai più piccoli

Forse l’aspetto che mi preoccupa di più è che questa mentalità non rimane confinata agli adulti.
La trasmettiamo.
Ai figli
Ai nipoti
Ai bambini che ci osservano
A forza di sentire parlare di sgarri, diete, compensazioni e sensi di colpa. rischiano di imparare molto presto che alcuni cibi sono sbagliati.
Che il loro corpo va corretto.
Che mangiare richiede controllo.
Che il piacere va meritato.
E questa è una lezione che spesso resta molto più a lungo di quanto immaginiamo.

Forse dovremmo ricominciare a chiamare le cose con il loro nome

Una pizza è una pizza
Un gelato è un gelato
Delle patatine fritte sono delle patatine fritte.

Non sono peccati.
Non sono fallimenti.
Non sono errori.
Sono alimenti.

Alimenti più o meno nutrienti.
Alcuni più legati al piacere e alla convivialità.
Ma tutti fanno parte della vita reale.

Forse dovremmo iniziare da qui.
Dal linguaggio.
Perchè cambiare le parole non risolve tutto ma può essere il primo passo per cambiare il modo in cui pensiamo.

E il modo in cui pensiamo finisce inevitabilmente per influenzare il modo in cui mangiamo.

Il cibo non è un esame.
E una pizza non è uno sgarro.
E’ semplicemente una pizza.