Quando una dieta non è la risposta

Questa mattina è entrata nel mio studio una ragazza di 34 anni.
Le prime parole che ha pronunciato sono state:

“Mi sono lasciata andare”

Quando sento una frase simile cerco sempre di capire cosa significhi davvero.
Perchè dietro le stesse parole possono nascondersi storie molto diverse.
All’inizio pensavo stesse parlando di qualche chilo preso dopo un periodo difficile.

Piano piano, il racconto è cambiato.

Una relazione finita dopo molti anni.
La fatica di rialzarsi.
le abbuffate notturne.
Un rapporto difficile con il cibo che dura da quando era bambina.
La sensazione di non essere mai abbastanza.
Di non sentirsi bella.
Di sentirsi sbagliata.

A un certo punto le ho detto una cosa che probabilmente non si aspettava.

Il problema non sono i chili.
E la soluzione non è una dieta.

Perchè quando una persona soffre da anni, quando il cibo diventa un rifugio, una punizione, una compagnia o una battaglia quotidiana, il lavoro da fare è diverso.

Più lento.
Più profondo.

Le ho spiegato quale sarebbe stato il percorso che, secondo me, avrebbe potuto aiutarla davvero.

Un percorso graduale.
Fatto di incontri frequenti.
Di materiali su cui lavorare.
Di riabilitazione e rieducazione nutrizionale.
Di ricostruzione del rapporto con il cibo.

Le ho spiegato che avrebbe richiesto tempo, energie e un investimento economico.

E mentre parlavo sapevo già che probabilmente non avrebbe iniziato quel percorso.

Non perchè non lo volesse.
Perchè forse, in questo momento della sua vita, non può permetterselo.

Avrei potuto proporle qualcosa di più semplice.
Una dieta.
Un foglio con scritto cosa doveva mangiare
Un “controllo al mese”.
Qualcosa che sarebbe stato più facile accettare perchè nella mente di tutti la dietoterapia funziona così…

Mi dai dei fogli con i cibi no e i cibi si
ci vediamo una volta al mese mi pesi
sono scesa = brava
sono salita = cattiva

Ma non sarebbe stato onesto anzi
sarei stata complice di un suo peggioramento.

A volte il compito di un professionista non è dire quello che una persona vuole sentirsi dire.

E’ dire quello che ritiene giusto.
Anche quando questo significa perdere “un cliente”.

Anche quando significa sapere che quella persona potrebbe uscire dalla porta e non tornare.

Quando la visita è finita, mi è rimasta una riflessione.

Quante persone stanno cercando di risolvere attraverso una dieta qualcosa che una dieta non può curare?

E allo stesso tempo quanto è difficile per noi professionisti riconoscere il momento in cui il nostro ruolo non è prescrivere un piano alimentare, ma aiutare la persona a comprendere quale sia il percorso più adatto ai suoi bisogni?

Perchè non tutte le richieste di dimagrimento nascondono semplicemente un problema di alimentazione.

A volte dietro la domanda “cosa devo mangiare?” si nascondono anni di sofferenza, di vergogna, di lotta con il proprio corpo e con il proprio valore personale.

In questi casi la competenza non consiste solo nel sapere cosa prescrivere.

Ma anche nel sapere quando una prescrizione da sola può essere causa della riacutizzazione di un problema.

E forse una delle responsabilità più grandi che abbiamo come professionisti della salute è proprio questa: riconoscere la complessità quando si presenta davanti a noi, avere il coraggio di nominarla e proporre un percorso coerente con quella complessità, anche quando è più difficile, più lungo e meno rassicurante di una semplice dieta.

Torno a casa con una riflessione per me molto importante.
Quando una persona decide di rivolgersi a un nutrizionista, quasi sempre si aspetta una dieta e di essere pesato.

E’ comprensibile.

Per anni siamo stati abituati a pensare che ogni problema alimentare possa essere risolto attraverso uno schema alimentare, una lista di alimenti concessi e vietati o una prescrizione più precisa.

Ma non tutti i problemi alimentari nascono dalla mancanza di regole.
Alcuni nascono proprio dall’eccesso di regole.

Non tutte le persone hanno bisogno di imparare cosa mangiare.
molte lo sanno già.

Alcune conoscono perfettamente calorie, porzioni, alimenti consentiti e alimenti da evitare.

Eppure continuano a soffrire.

Perchè il problema non riguarda “il cosa mangiare”
Riguarda il modo in cui mangiano, il modo in cui il cibo viene utilizzato per gestire emozioni, solitudine, stress, senso di inadeguatezza o dolore.

In queste situazioni una dieta può essere uno strumento.
Ma non può essere l’unico strumento.

Pensare che ogni difficoltà alimentare possa essere affrontata esclusivamente attraverso una prescrizione dietetica sarebbe come credere che ogni dolore abbia bisogno della stessa terapia.

La vera sfida, per chi si occupa di nutrizione è comprendere quando una dieta può essere sufficiente e quando invece è necessario costruire un percorso di riabilitazione alimentare più ampio, capace di lavorare sui comportamenti, sulle emozioni e sulle convinzioni che mantengono il problema nel tempo.


Dott.ssa Martina Parisella
Biologo Nutrizionista

“Il cibo è cura, relazione e ascolto”

Fondi (LT)
Via Piave 16
Piazza del Cardinale 26

Questa mattina è entrata nel mio studio una ragazza di 34 anni.
Le prime parole che ha pronunciato sono state:

“Mi sono lasciata andare”

Quando sento una frase simile cerco sempre di capire cosa significhi davvero.
Perchè dietro le stesse parole possono nascondersi storie molto diverse.
All’inizio pensavo stesse parlando di qualche chilo preso dopo un periodo difficile.

Piano piano, il racconto è cambiato.

Una relazione finita dopo molti anni.
La fatica di rialzarsi.
le abbuffate notturne.
Un rapporto difficile con il cibo che dura da quando era bambina.
La sensazione di non essere mai abbastanza.
Di non sentirsi bella.
Di sentirsi sbagliata.

A un certo punto le ho detto una cosa che probabilmente non si aspettava.

Il problema non sono i chili.
E la soluzione non è una dieta.

Perchè quando una persona soffre da anni, quando il cibo diventa un rifugio, una punizione, una compagnia o una battaglia quotidiana, il lavoro da fare è diverso.

Più lento.
Più profondo.

Le ho spiegato quale sarebbe stato il percorso che, secondo me, avrebbe potuto aiutarla davvero.

Un percorso graduale.
Fatto di incontri frequenti.
Di materiali su cui lavorare.
Di riabilitazione e rieducazione nutrizionale.
Di ricostruzione del rapporto con il cibo.

Le ho spiegato che avrebbe richiesto tempo, energie e un investimento economico.

E mentre parlavo sapevo già che probabilmente non avrebbe iniziato quel percorso.

Non perchè non lo volesse.
Perchè forse, in questo momento della sua vita, non può permetterselo.

Avrei potuto proporle qualcosa di più semplice.
Una dieta.
Un foglio con scritto cosa doveva mangiare
Un “controllo al mese”.
Qualcosa che sarebbe stato più facile accettare perchè nella mente di tutti la dietoterapia funziona così…

Mi dai dei fogli con i cibi no e i cibi si
ci vediamo una volta al mese mi pesi
sono scesa = brava
sono salita = cattiva

Ma non sarebbe stato onesto anzi
sarei stata complice di un suo peggioramento.

A volte il compito di un professionista non è dire quello che una persona vuole sentirsi dire.

E’ dire quello che ritiene giusto.
Anche quando questo significa perdere “un cliente”.

Anche quando significa sapere che quella persona potrebbe uscire dalla porta e non tornare.

Quando la visita è finita, mi è rimasta una riflessione.

Quante persone stanno cercando di risolvere attraverso una dieta qualcosa che una dieta non può curare?

E allo stesso tempo quanto è difficile per noi professionisti riconoscere il momento in cui il nostro ruolo non è prescrivere un piano alimentare, ma aiutare la persona a comprendere quale sia il percorso più adatto ai suoi bisogni?

Perchè non tutte le richieste di dimagrimento nascondono semplicemente un problema di alimentazione.

A volte dietro la domanda “cosa devo mangiare?” si nascondono anni di sofferenza, di vergogna, di lotta con il proprio corpo e con il proprio valore personale.

In questi casi la competenza non consiste solo nel sapere cosa prescrivere.

Ma anche nel sapere quando una prescrizione da sola può essere causa della riacutizzazione di un problema.

E forse una delle responsabilità più grandi che abbiamo come professionisti della salute è proprio questa: riconoscere la complessità quando si presenta davanti a noi, avere il coraggio di nominarla e proporre un percorso coerente con quella complessità, anche quando è più difficile, più lungo e meno rassicurante di una semplice dieta.

Torno a casa con una riflessione per me molto importante.
Quando una persona decide di rivolgersi a un nutrizionista, quasi sempre si aspetta una dieta e di essere pesato.

E’ comprensibile.

Per anni siamo stati abituati a pensare che ogni problema alimentare possa essere risolto attraverso uno schema alimentare, una lista di alimenti concessi e vietati o una prescrizione più precisa.

Ma non tutti i problemi alimentari nascono dalla mancanza di regole.
Alcuni nascono proprio dall’eccesso di regole.

Non tutte le persone hanno bisogno di imparare cosa mangiare.
molte lo sanno già.

Alcune conoscono perfettamente calorie, porzioni, alimenti consentiti e alimenti da evitare.

Eppure continuano a soffrire.

Perchè il problema non riguarda “il cosa mangiare”
Riguarda il modo in cui mangiano, il modo in cui il cibo viene utilizzato per gestire emozioni, solitudine, stress, senso di inadeguatezza o dolore.

In queste situazioni una dieta può essere uno strumento.
Ma non può essere l’unico strumento.

Pensare che ogni difficoltà alimentare possa essere affrontata esclusivamente attraverso una prescrizione dietetica sarebbe come credere che ogni dolore abbia bisogno della stessa terapia.

La vera sfida, per chi si occupa di nutrizione è comprendere quando una dieta può essere sufficiente e quando invece è necessario costruire un percorso di riabilitazione alimentare più ampio, capace di lavorare sui comportamenti, sulle emozioni e sulle convinzioni che mantengono il problema nel tempo.