Il cervello assaggia prima della bocca?

Immagina di essere al supermercato, davanti a te ci sono due Cheese-cake.
Su una confezione c’è scritto semplicemente “cheesecake” mentre sull’altra leggi “cheesecake fit”, “proteica”, “senza zuccheri aggiunti”.

Prima ancora di averla assaggiata, qualcosa è già successo.
Hai iniziato a formulare un giudizio.

Probabilmente pensi che la seconda sia più sana, più leggera, meno pericolosa per la linea. Forse immagini anche che sarà meno gustosa.
Oppure speri che abbia lo stesso sapore dell’originale ma con meno calorie.

La cosa interessante è che il tuo cervello sta già lavorando.

Non assaggiamo mai un alimento partendo da zero

Siamo abituati a pensare che prima mangiamo e poi decidiamo se qualcosa ci piace oppure no.

In realtà il cervello fa l’opposto.

Le neuroscienze ci dimostrano che il nostro sistema nervoso costruisce continuamente previsioni su ciò che sta per accadere. Non aspetta passivamente le informazioni provenienti dai sensi, ma cerca di anticiparle.

Quando leggiamo “tiramisù fit”, il cervello non vede soltanto due parole.
Richiama immediatamente il ricordo del vero tiramisù.

Il sapore.
La consistenza.
L’odore.
La gratificazione emotiva.
I momenti vissuti mangiandolo.

In pochi istanti crea una sorta di simulazione mentale dell’esperienza che sta per arrivare.

Il potere delle aspettative

Queste previsioni influenzano il modo in cui vivremo l’esperienza reale.

Se ci aspettiamo un prodotto salutare, potremmo percepirlo come più adatto ai nostro obiettivi.

Se ci aspettiamo un prodotto poco gustoso, il cervello confronta ciò che aveva previsto con ciò che sta realmente accadendo.

Se le due cose coincidono, il modello mentale viene confermato.

Se invece sono molto diverse, compare quello che i neuroscienziati chiamano “errore di previsione”.

E’ proprio questo errore che permette al cervello di imparare e aggiornare le proprie aspettative future.

Perchè il marketing lo sa benissimo

Parole come “proteico”, “light”, “senza zuccheri”, “a basso contenuto di grassi” non forniscono soltanto informazioni nutrizionali.

Creano asoettative.

Orientano il modo in cui interpreteremo il prodotto ancora prima di averlo provato.

Ed è qui che entra in gioco anche la cultura della dieta.

Da anni riceviamo messaggi che associano alcuni alimenti all’idea di salute, controllo e rigore, mentre altri vengono collegati a colpa, eccesso o perdita di controllo.

Questa convinzioni finiscono per diventare parte del nostro modello mentale del cibo.

Forse il vero sapore non è solo nella bocca

Quando mangiamo, non stiamo assaggiando soltanto un alimento.

Stiamo assaggiando anche i ricordi che abbiamo di quel cibo, le aspettative che abbiamo costruito e i significati che gli abbiamo attribuito nel tempo.

Per questo motivo due persone possono vivere la stessa esperienza alimentare in modo completamente diverso.

Il cibo entra dalla bocca.

Ma molto spesso, viene assaggiato prima dal cervello.

E se il vero ingrediente fosse il marketing?

A questo punto vale la pena fermarsi un attimo e porsi una domanda.

Quando scegliamo un prodotto “fit”, stiamo davvero facendo una scelta basata sulle caratteristiche nutrizionali o stiamo reagendo alle aspettative che qualcuno ha costruito nella nostra mente?

Perchè il marketing alimentare conosce molto bene il funzionamento del cervello umano.

Parole come “proteico”, “light”, “senza sensi di colpa”, “healthy” non vendono semplicemente un alimento: vendono una promessa.

La promessa di sentirsi più in controllo.
Più disciplinati.
Più sani.
Più vicini al corpo che desideriamo avere.


Eppure, molto spesso, la differenza nutrizionale tra un prodotto e la sue versione “fit” è molto meno spettacolare di quanto il packaging o la foto sui social lasci immaginare.

Il risultato è che finiamo per acquistare non soltanto un alimento, ma anche una storia. Una storia che il nostro cervello inizia a credere ancora prima di aver aperto la confezione.

Forse la domanda non è se ci stiano prendendo in giro.

La domanda è quanto siamo diventati vulnerabili a tutto ciò che promette di farci mangiare senza paura.

E il problema non è che esistono i cibi fit ma nasce quando iniziamo a credere che un alimento abbia bisogno di essere chiamato fit per meritare il nostro permesso di essere mangiato.


Dott.ssa Martina Parisella
Biologo Nutrizionista

“Il cibo è cura, relazione e ascolto”

Fondi (LT)
Via Piave 16
Piazza del Cardinale 26

Immagina di essere al supermercato, davanti a te ci sono due Cheese-cake.
Su una confezione c’è scritto semplicemente “cheesecake” mentre sull’altra leggi “cheesecake fit”, “proteica”, “senza zuccheri aggiunti”.

Prima ancora di averla assaggiata, qualcosa è già successo.
Hai iniziato a formulare un giudizio.

Probabilmente pensi che la seconda sia più sana, più leggera, meno pericolosa per la linea. Forse immagini anche che sarà meno gustosa.
Oppure speri che abbia lo stesso sapore dell’originale ma con meno calorie.

La cosa interessante è che il tuo cervello sta già lavorando.

Non assaggiamo mai un alimento partendo da zero

Siamo abituati a pensare che prima mangiamo e poi decidiamo se qualcosa ci piace oppure no.

In realtà il cervello fa l’opposto.

Le neuroscienze ci dimostrano che il nostro sistema nervoso costruisce continuamente previsioni su ciò che sta per accadere. Non aspetta passivamente le informazioni provenienti dai sensi, ma cerca di anticiparle.

Quando leggiamo “tiramisù fit”, il cervello non vede soltanto due parole.
Richiama immediatamente il ricordo del vero tiramisù.

Il sapore.
La consistenza.
L’odore.
La gratificazione emotiva.
I momenti vissuti mangiandolo.

In pochi istanti crea una sorta di simulazione mentale dell’esperienza che sta per arrivare.

Il potere delle aspettative

Queste previsioni influenzano il modo in cui vivremo l’esperienza reale.

Se ci aspettiamo un prodotto salutare, potremmo percepirlo come più adatto ai nostro obiettivi.

Se ci aspettiamo un prodotto poco gustoso, il cervello confronta ciò che aveva previsto con ciò che sta realmente accadendo.

Se le due cose coincidono, il modello mentale viene confermato.

Se invece sono molto diverse, compare quello che i neuroscienziati chiamano “errore di previsione”.

E’ proprio questo errore che permette al cervello di imparare e aggiornare le proprie aspettative future.

Perchè il marketing lo sa benissimo

Parole come “proteico”, “light”, “senza zuccheri”, “a basso contenuto di grassi” non forniscono soltanto informazioni nutrizionali.

Creano asoettative.

Orientano il modo in cui interpreteremo il prodotto ancora prima di averlo provato.

Ed è qui che entra in gioco anche la cultura della dieta.

Da anni riceviamo messaggi che associano alcuni alimenti all’idea di salute, controllo e rigore, mentre altri vengono collegati a colpa, eccesso o perdita di controllo.

Questa convinzioni finiscono per diventare parte del nostro modello mentale del cibo.

Forse il vero sapore non è solo nella bocca

Quando mangiamo, non stiamo assaggiando soltanto un alimento.

Stiamo assaggiando anche i ricordi che abbiamo di quel cibo, le aspettative che abbiamo costruito e i significati che gli abbiamo attribuito nel tempo.

Per questo motivo due persone possono vivere la stessa esperienza alimentare in modo completamente diverso.

Il cibo entra dalla bocca.

Ma molto spesso, viene assaggiato prima dal cervello.

E se il vero ingrediente fosse il marketing?

A questo punto vale la pena fermarsi un attimo e porsi una domanda.

Quando scegliamo un prodotto “fit”, stiamo davvero facendo una scelta basata sulle caratteristiche nutrizionali o stiamo reagendo alle aspettative che qualcuno ha costruito nella nostra mente?

Perchè il marketing alimentare conosce molto bene il funzionamento del cervello umano.

Parole come “proteico”, “light”, “senza sensi di colpa”, “healthy” non vendono semplicemente un alimento: vendono una promessa.

La promessa di sentirsi più in controllo.
Più disciplinati.
Più sani.
Più vicini al corpo che desideriamo avere.


Eppure, molto spesso, la differenza nutrizionale tra un prodotto e la sue versione “fit” è molto meno spettacolare di quanto il packaging o la foto sui social lasci immaginare.

Il risultato è che finiamo per acquistare non soltanto un alimento, ma anche una storia. Una storia che il nostro cervello inizia a credere ancora prima di aver aperto la confezione.

Forse la domanda non è se ci stiano prendendo in giro.

La domanda è quanto siamo diventati vulnerabili a tutto ciò che promette di farci mangiare senza paura.

E il problema non è che esistono i cibi fit ma nasce quando iniziamo a credere che un alimento abbia bisogno di essere chiamato fit per meritare il nostro permesso di essere mangiato.